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GLI ARDITI DEI REPARTI D'ASSALTO FIAMME CREMISI
FIUME SACRO
Gli arditi provenienti dai Bersaglieri si distinguono con
audaci colpi di mano durante la resistenza sul Piave
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La ripresa dell'offensiva italiana dopo Caporetto fu caratterizzata dall'impiego dei nuovi reparti speciali d'assalto che, creati nei mesi precedenti lo sfondamento del fronte, avevano
avuto modo di organizzarsi e mettere a punto le proprie particolarissime tecniche offensive.
Erano reparti di volontari, selezionati con estrema cura fra i migliori elementi e sottoposti a
un addestramento, a una disciplina severissima ed implacabile. Nacquero così gli arditi, la cui epopea doveva entrare nella leggenda della storia militare di tutti i tempi, antesignani di quei reparti di "commandos" destinati a imporsi , vent'anni più tardi , durante la seconda guerra mondiale. Gli arditi si dividevano in tre gruppi :quelli provenienti dai bersaglieri avevano assunto il nome di " fiamme cremisi" o " rosse" chi arrivava dalla fanteria era invece inquadrato nelle " fiamme nere" chi infine proveniva dagli alpini veniva destinato alle " fiamme verdi". Ogni reparto era formato da seicento uomini ordinati su tre compagnie di duecento elementi: tutti indistintamente , bersaglieri, fanti o alpini, portarono ai vertici dell'autentica sublimazione i principi ispiratori che avevano suggerito a La Marmora le caratteristiche del Corpo dei bersaglieri: velocità, audacia, estrema mobilità, spirito d'iniziativa. Gli Arditi vennero impiegati in colpi di mano che sorpresero il nemico per la loro temerarietà ed efficacia: pugnale e bombe a mano erano le armi preferite, ma anche il fucile e la mitragliatrice, ove occorresse, usati con micidiale esattezza.
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Nacque allora la canzone:" Noi siam le fiamme rosse,
noi siam le fiamme nere, noi siam le prime schiere a
vincere..... o morir ".
Quando, dopo la rotta di Caporetto, l'esercito italiano
si attestò sulla sponda occidentale del Piave, furono
proprio gli arditi a condurre le prime azioni offensive
contro il nemico . Passavano il fiume di notte, pugnale
fra i denti, assalivano le sentinelle
avversarie,catturavano armi, facevano saltare postazioni, studiavano da vicino lo schieramento nemico e ritornavano fra le linee con preziose informazioni per i comandi. A ragione vennero battezzati " i caimani del Piave": gli austriaci erano terrorizzati dalle loro insidie sempre imprevedibili e spesso mortali. I reparti di arditi formati da bersaglieri furono tre: il 26°, leggendario, costituito nel luglio 1917 e comandato, fino alla vittoria del 4 novembre 1918, da quel magnifico soldato che era Aminto Caretto; il 23°, nato il 10 ottobre 1917, alla cui guida si succedettero tre comandanti: il maggiore Domenico Mondelli, il capitano Francesco Marotta e il maggiore Lorenzo Allegretti; il 72°, formato il 1° maggio 1918 e successivamente affidato al comando del
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capitano Ettore Marchand, del tenente colonnello Vittorio Baldini e del tenente colonnello
Luigi Ubertolli. Il capitano Marchand scomparve nell'esposione di una granata avversaria di
grosso calibro. L'azione degli arditi non fu preziosa soltanto sul Piave ma in molti altri punti
nevralgici del fronte che l'esercito italiano era chiamato a sostenere dopo il repentino e
travolgente avanzare delle armate austroungariche. Il Grappa, l'altopiano di Asiago, il Montello e tutta la zona collinare circostante ebbero negli arditi i reparti risolutori di molte e
in genere decisive situazioni.
Ed ecco le pagine significative scritte da un cappellano, padre Reginaldo Giuliani, che visse dal nascere le vicende di questi soldati:" La prova delle reclute era terminata: le file s'erano
quotidianamente assottigliate e poi rimpolpate di nuovi elementi in modo da costituire un
battaglione organico. Perciò si poteva iniziare l'istruzione tecnica delle truppe d'assalto.
Questa consiste essenzialmente nell'ammaestrare e prender contatto immediato e soverchiante
coll'avversario: l'assalto della trincea opposta, del nido di mitragliatrici, l'a corpo a corpo
sono compito dell'ardito: il pugnale e le bombe a mano le sue armi naturali. La bomba a mano
sopratutto è l'arma ordinaria per offesa e difesa, quindi con essa l'ardito deve avere la stessa
dimestichezza che ha cogli oggetti più familiari, colle sigarette e col pane. In un'ansa di terreno formato da una voluta del Sile si custruì un poligono per il lancio delle bombe.
Le compagnie vi si avvicendavano quotidianamente: gli uomini in piedi , senza alcun riparo,
lanciavano il petardo contro l'ostacolo segnato e lo rincorrevano immediatamente in modo che
le loro persone si mescolavano al fumo prodotto dalle esplosioni. Spesso i terribili " Thevenot"
( i petardi più comunemente in uso presso di noi) con esplosioni premature o tardive fecero
stragi della nostra carne: il capitano Rota, intelligente gentiluomo, caro ai colleghi, amatissimo
dai soldati, e il tenente Palopoli, vecchio ardito che portava in viso i brutti segni della gente del
Mezzogiorno e nell'anima l'ardore dei vulcani, si buscarono alcune ferite che li resero fatalmente inabili ad ogni servizio di guerra : i tenenti Bocaccini e Fadigati furono pure colpiti.
Ad alcuni soldati le sottili scheggie del petardo tolsero loro la vita." Questa era, in sostanza, la
preparazione degli arditi. Quanto al loro impiego gli episodi non si contano:a cominciare dal
26° battaglione del capitano Caretto. Il battaglione era stato il primo reparto speciale d'assalto
ad essere costituito, nell'ambito del V Corpo d'armata con uomini provenienti dalla 4° brigata
bersaglieri già inseriti in formazioni speciali, e con il reclutamento di volontari scelti nella
stessa brigata fra i bersaglieri del 14° e 20° reggimento. Erano tutti esperti alla guerra, con alle
spalle le battaglie delCarso e del Trentino. Il battaglione aveva un distintivo :una daga romana
attorniata da fronde di quercia e d'alloro, con il motto sabaudo Fert.
Anima di questa formazione era il giovane capitano Aminto Caretto, piemontese, che aveva già
formato una compagnia di arditi reggimentali e che aveva anche comandato eroicamente la 70°
compagnia bersaglieri. Conclusa la preparazione il 26° venne inviato in prima linea e iniziò
l'attività di guerra con ricognizioni, appostamenti e pattuglie. Verso la fine di agosto del 1917
arrivò l'ordine di espugnare i roccioni di Monte Maio, a 1500 metri di quota, nella zona a est di
Rovereto. Il 26° partì all'attacco, di sorpresa, nella notte del 23 agosto, ma il fortuito incontro
con un pattuglione austriaco svento il piano e provocò un'immediata , durissima reazione delle
difese austriache. I plotoni rientrarono all'alba, con forti perdite, impiegando l'intera giornata
a riorganizzarsi e ripartendo poi la sera stessa. Una pattuglia, comandata dal sergente maggiore
Cottone avanzò frontalmente con un nutrito fuoco di fucileria e lanzio di bombe a mano al fine di
attirare da quella parte l'attenzione del nemico. Sulla sinistra, intanto, avanzarono i tenenti
Bordignon e Lollini con i loro uomini, e diedero inizio alla scalata dell'impervio sperone di roccia . L'operazione riuscì in pieno: i bersaglieri formarono una piramide umana abbarbicata
alla parete rocciosa , uno sulle spalle dell'altro, fino alla vetta dove annientarono le vedette e
irruppero mettendo in fuga l'avversario. Dalla zona del Pasubio, il 26° venne trasferito , a tappe
sui colli tra Cividale e Caporetto , proprio alla vigilia delle funeste giornate dell'ottobre 1917.
Il capitano Caretto era all'ospedale , malato di tifo, molti ufficiali erano morti, il battaglione di
arditi era ridotto al lumicino, ma nonostante questo quegli uomini seppero eroicamente sostenere l'onore della Patria. Poche pagine del diario di uno di loro rendono con drammatica
vivezza la situazione:" 24 ottobre. Alla sera giunse l'ordine di trasferimento da Cepletischis nel
paese di Goboli onde rinforzare il 20° bersaglieri. La prima compagnia al comando del tenente
Gattu e la seconda col tenente Sergardi si portarono a sud del paese suddetto , la 3° compagnia
e la sezione Bettica al comando del sottotenente Buozzi rimangono di riserva. Verso le 23 si tenta
la rioccupazione del paese e delle trincee che vanno a nord-est. La prima compagnia attacca
frontalmente, mentre la seconda deve proteggere la destra occupando le alture dominanti; sulla
sinistra deve agire un reggimento di bersaglieri. Alle 23.30 le compagnie iniziano il movimento
prendendo subito contatto con il nemico: la destra avanza oltre le batterie sino al ciglio delle
colline. Il fuoco delle mitragliatrici nemiche è intenso e fa strage nelle nostre file. All'alba
i bersaglieri sono costretti a ritirarsi sulle posizioni di partenza". 25 ottobre. Verso le ore otto
il nemico attacca risolutamente ma non riesce a sfondare la linea tenuta dal reparto. Si ha quindi
una calma relativa durante la quale qualche nostra pattuglia molesta il nemico. Sull'imbrunire
i tedeschi vengono in forze al contrattacco e costringono i nostri a ritirarsi sul monte Maggiore.
Tempo coperto". " 26 ottobre. Parte del reparto trovasi sul monte Maggiore mentre la 3° compagnia e la sezione Bettica a Cepletischis tentano di resistere alla marea nemica. E' uno
sforzo vano. Gli avanzi si ritirano su Cividale e vengono incorporati nel 20° bersaglieri per
subire le sorti della quarta brigata, che viene usata quale truppa di copertura durante tutta la
ritirata. Tempo coperto".
Così gli arditi del capitano Caretto presero la via dolorosa del Tagliamento e del Piave. Ma
venne il momento della riscossa. A metà novembre del 1917 Aminto Caretto, convalescente,
ritorna al reggimento. La fama del suo 26° è tale che il comando gli affida immediatamente
l'incarico di ricostituire il battaglione. In soli tre giorni, fra il 17 e il 20 novembre, il reparto
è ricostituito ed è già in prima linea, nello scontro alla Meletta di Callio, sopra Asiago.
Caretto e i suoi uomini rimangono nella zona dell'altopiano dei dei Sette Comuni:ci sono, di
fronte, le gole della Val Stagna e le pendici nevose della Val Bella , brulicanti di austriaci.
Il 27 gennaio gli arditi si preparano all'attacco:sono in testa, come sempre, anche perchè soltanto loro sono ritenuti in grado di superare d'impeto le difese avversarie e mettere a tacere
le prime postazioni aprendo la strada al resto degli attaccanti. Alle nove del mattino la terza
compagnia balza dalle trincee, è seguita dai bersaglieri. Ogni plotone avanza a cuneo , giù dalle
pendici delle nostre posizioni, verso il fondo valle, poi improvvisamente, mentre il nemico è in
attesa proprio di fronte, fa una repentina svolta a destra e si getta velocemente in due varchi aperti dall'artiglieria nei reticolati. In un baleno gli arditi sono addosso ai piccoli posti e ai nidi
di mitragliatrice , che vengono spazzati con le bombe a mano. Ma il nemico reagisce dall'alto della montagna e apre un fuoco intensissimo. Gli arditi sono allo scoperto, bersagliati da tutte
le parti, resistono ma alle 13 debbono ripiegare . La compagnia era partita con 180 uomini. Ne
ritornano una quarantina. Le altre due compagnie hanno avuto miglior sorte, sono rientrate con
minori perdite , con prigionieri e bottino di guerra. Il giorno dopo sono questi due reparti a
guidare il nuovo assalto a monte Val Bella, alla testa di due colonne, ed è la volta del successo.
Il coraggio e la sorprendente condotta di battaglia degli arditi hanno la meglio sulle difese
austriache. A mezzogiorno la bandiera italiana sventola sulle posizioni conquistate. Il battaglione
si riordina a Giavera del Montello qualche giorno dopo, con l'arrivo di nuovi effettivi, ed è subito pronto per nuove imprese. Bisogna assaltare e liberare dai cecchini austriaci la località
Casa Pin, ma il nemico è ben piazzato:al primo accenno di attacco risponde con un preciso fuoco
di mitragliatrici. In pochi secondi cadono tre ufficiali e una cinquantina di uomini.
Cade il tenente Ivo Lollini , colpito da una pallottola in fronte. Aveva vent'anni, era già un eroe.
A Caporetto, ferito ad una gamba e fatto prigioniero, era riuscito ugualmente a fuggire e a
raggiungere i suoi bersaglieri. Muore anche il tenente Remigio Gattu, sardo, di 25 anni, un
soldato straordinario che pareva fatto per combattere con gli arditi. Le imprese più rischiose,
le pattuglie notturne e diurne, i lunghi appostamenti in un fosso, lo strisciare tra i giunchi erano
imprese che non cedeva mai ad altri. Un giorno, sul Tagliamento, aveva guadato il fiume con
quattro ciclisti ed era andato ad attendere il nemico, tutto solo sull'altra sponda.
Il protrarsi della guerra, l'aggravarsi della situazione dopo Caporetto avevano costretto il
ministero della Difesa a chiamare alle armi anche l'ultima classe disponibile, i ragazzi del'99,
che fecero la loro apparizione in prima linea, poco più che diciottenni, e chiesero in molti di far
parte delle formazioni di "arditi". Alcuni arrivarono e morirono, di lì a pochi giorni. E' il caso
del tenente Giulio Lusi , arrivato proprio nei giorni di Caporetto al 26°, e già distintosi per
coraggio e spirito d'iniziativa. Durante la ritirata, vedendo che alcuni pezzi d'artiglieria erano
rimasti in mano agli austriaci, chiamò con sè due arditi:insieme si gettarono verso il nemico per
togliere l'otturatore ai cannoni e renderli almeno inservibili. Ci riuscirono, ma Lusi tornò
indietro con una larga ferita a una spalla. Il giovane morì nel combattimento di Cavazuccherina:
colpito, cadde al suolo ma continuò a sventolare il tricolore per incitare i suoi bersaglieri all'assalto attirando su di sè le rabbiose raffiche dei mitraglieri austriaci.
Abbiamo parlato fino ad ora del 26° reparto d'assalto di Aminto Caretto. Vediamo ora gli altri
arditi delle fiamme cremisi. Il 23°, costituito nell'ottobre del '17, impegnato duramente sul Piave e in seguito durante tutta l'avanzata fino alla battaglia del solstizio.
A Fossalta di Piave, quando più impetuoso era l'assalto degli austriaci nel tentativo di sfondare
anche quella linea italiana ed aver così via libera verso Venezia, i seicento uomini del 23°, con
straordinaria determinazione, riuscirono ad arginare e a contenere l'urto permettendo al resto
dello schieramento di consolidare la propria linea trincerata. Un cronista del tempo così ha
narrato alcuni momenti di quell'episodio:"Alla destra della seconda compagnia si è fatto un
vuoto:il battaglione si è spostato , gli austriaci passano a plotoni serrati. La compagnia è comandata dal capitano Lodovico Lommi. Egli non si perde un attimo:ordini brevi, decisione rapida, si lancia all'attacco con irruenza irresistibile. Insieme con lui, alla testa della compagnia
i suoi ufficiali si fanno largo in un furioso corpo a corpo e a colpi di pugnale raggiungono il canale Gorgazzo, al di là del quale si è trincerato il battaglione. Vicino c'è una casa e su di essa
viene piazzata una mitragliatrice:ma una granata nemica non le dà il tempo di iniziare il fuoco.
Cade così l'ardito Galeani, classe 1901, volontario di guerra bolognese". La figura di Lodovico
Lommi merita un cenno a parte. Figlio di un caporal maggiore dei bersaglieri, Lodovico si era
presentato volontario al 23° reparto arditi e qui era stato raggiunto dal fratello Luigi. Insieme
i due Lommi caddero feriti a Capo Sile, dove Luigi ottenne una medaglia d'argento. Lodovico,
dal canto suo, era stato raccolto, durante un altro attacco , sotto i reticolati nemici col torace
attraversato da una pallotolla. Ferito, era tornato al comando della terza compagnia del 23° e con essa era andato all'attacco delle creste del Pertica, conquistandole di slancio e difendendole.
In quell'occasione aveva fatto anche duemila prigionieri. Quando venne passato in servizio permanente effettivo per meriti di guerra , aveva al suo attivo quattro ferite e sei ricompense al
valor militare.
A Fossalta, Lodovico Lommi non fu il solo del 23° a far parlare di sé." Il nemico preme in maniera feroce", si legge nella cronaca della battaglia, "vuol passare ad ogni costo. La compagnia è impegnata da ogni parte. A sinistra l'aiutante Saloni trattiene gli assalitori con la
sua mitragliatrice e con una tempesta di bombe a mano, ma è ferito da una grossa scheggia alla
schiena. Non è grave, viene inviato all'ospedale ma dopo tre giorni riuscirà a fuggire per ritornare al reparto dove troverà morte gloriosa all'assalto di Losson, guadagnando la suprema
ricompensa al valore. Dopo qualche ora di eroica resistenza gli arditi sono costretti a ripiegare
di fosso in fosso, di casa in casa, fino alla Fossetta. Il nemico avanza, il fragore assordante degli
scoppi, il crepitare della fucileria e delle mitragliatrici trasformano la zona in un inferno.
Cade il sottotenente Angelini, colpito da una fucilata alla gola. Rimane sul ciglio di un fosso,
rantolante, perde sangue. Tenta di alzarsi ma è colpito nuovamente al viso, non si regge , guarda
verso la linea dei suoi e pare che dica:Non lasciatemi nelle mani del nemico. Sentono il disperato appello i suoi compagni, che escono sotto il fuoco micidiale, non curanti del pericolo
in un impeto di sublime solidarietà. Sono due ufficiali, il tenente Giovanni Vecellio di Trieste e
il tenente Olao Gaggioli di Ferrara. Essi si lanciano con balzi felini e non li arresta il crepitio
della mitraglia nè lo scoppio delle bombe a mano. Vogliono salvare il compagno dei loro assalti
che rantolante attende."Uno dopo l'altro i due ufficiali si trascinano sul tereno battuto, raggiungono Angelini. Pochi metri più avanti c'è il nemico:Gaggioli lancia il saluto degli arditi
con una serie di bombe a mano, Vecellio fa altrettanto. Al fragore degli scoppi segue un breve
silenzio , è il momento. Il compagno dolorante è trasportato nella trincea fra i suoi. Due volte
decorato al valore egli guadagnerà la terza ricompensa raggiungendo nella gloria dei cieli la medaglia d'oro Leonardo Pellas, sottotenente, che ebbe dal nemico l'onore delle armi nella
sepoltura. E' ferito il tenente Maccaferri, è ferito anche Colizza, e meriterà una medaglia d'oro.
Addossato al ciglio di un fosso il maresciallo Bresciani con la sua sezione mitragliatrici sbarra
il passo al nemico e protegge l'ala destra della compagnia. La mitragliatrice canta e canta, finchè
non le si spezza la gola allorchè Bresciani le cade accanto. Intorno alla macchina giacciono
l'aiutante Rizzo, gli arditi Cento, Zaniglia, Vaccari, Aglietti. Muoiono anche il tenente Simone
e il tenente Pistilli. Avanti a tutti, una pattuglia eroica cerca la gloria seminando la morte tra le
fila nemiche , arrestando il loro impeto rabbioso, facendo rifulgere le virtù guerriere della stirpe e l'irresistibile volontà di vittoria. E' ancora Olao Gaggioli, giovane ardente, impetuoso.
Sul suo petto brillano l'argento e il bronzo di due medaglie. Il piombo lo raggiunge, ma la morte
non lo ghermisce. E la battaglia continua, con tenace accanimento. Gli austriaci sferrano attacchi su attacchi, ma gli assalti si infrangono. Quella che passerà alla storia con il nome di
battaglia del Piave è vinta. Caporetto è vendicata". Delle vicende che ebbero a protagonista il 72° reparto "fiamme rosse" può bastare il racconto fatto da un bersagliere d'eccezione, padre
Agostino di Cristo Re, autore del libro Ambesà-dalle spalline al camaglio. Padre Agostino non è
altri che la medaglia d'oro Umberto Visetti , bersagliere di quattro guerre. "Dopo la battaglia
del Montello", scrive padre Agostino, "venni trasferito al 72° reparto d'assalto. Quel magnifico
battaglione di fiamme cremisi ebbe il vanto di sfondare la resistenza opposta sul Piave a Fagarè,
di coprirsi di gloria nella piana di Sernaglia, ove infranse una carica di cavalleria per cui fu
citato sul bollettino del comando supremo, di liberare Pieve di Soligo, Vittorio Veneto e Belluno. Fu un'impresa leggendaria da ricollegare agli episodi più luminosi e romantici del nostro Risorgimento, di cui concludeva il ciclo. Per il forzamento del Piave, l'assalto fu sferrato
quando il fiume sacro alla Patria era avvolto nelle brume.
Mentre le fanterie e gli altri reparti cercavano di mimetizzarsi, gli arditi- come Enrico IV , le
vert galant- per spavalderia bersaglieresca sfoggiavano i loro vistosi pennacchi svolazzanti!
Servendoci di barconi del genio pontieri occupammo un isolotto che sarà poi chiamato isola dei
morti perchè vi perdemmo circa 600 bersaglieri arditi con due ufficiali; ma la tenace resistenza
del nemico abbarbicato sull'altra sponda con grande abbondanza di mitragliatrici Schwrzlose
mai viste, ci impedì di varcare il Piave in piena, che si trascinò via i barconi con il glorioso carico di morti. Finalmente, sotto l'imperversare delle nostre terrificanti bombarde che vomitando tonnellate di alto esposivo volatilizzarono con i reticolati i nidi di mitragliatrice,
riuscimmo a passare, buttandoci a nuoto dietro un barcone superstite che per fortuna aveva qualche fune; reggendoci a catena l'un l'altro, aggrappati chi alle funi, chi al cinturone delle giberne. "Perdemmo altri arditi, il capitano Marchand scomparve nell'esplosione di una granata
di grosso calibro. Vedemmo il suo bel pennacchio fuori ordinanza proiettato in aria , spiegar le
penne in un ultimo sussulto come un'aquila a morte e poi precipitare di schianto con gli altri
sollevati dall'esplosione. "Come ufficiale più anziano, avendo assunto il comando del battaglione
puntai decisamente su Pieve di Soligo, obbiettivo assegnatoci dal generale Vaccari. Liberata Pieve, attaccammo Solighetto e Soligo, nonostante il fuoco che ci fulminava dal Col San Gallo
che prendemmo d'assalto. Coronata l'altura mi dirigevo su Follina, quando una vedetta si precipitò urlando ch'eravamo minacciati da una divisione di cavalleria che irrompeva al galoppo. Ebbi appena il tempo di schierare a cavallo di un provvidenziale reticolato le mitragliatrici e i lancia-fiamme, sperando nell'effetto di questi ultimi per spaventare i quadrupedi, che già ci piombava addosso il primo squadrone; così infrangemmo la carica( si trattava di un reggimento di ussari) che se ci avesse sorpreso in pianura ci avrebbe sicuramente
annientati. Dopo di che i miei arditi si trasformarono in cavalieri. Era la sera ed avendo esaurite
le munizioni rientrammo al piccolo trotto a Pieve di Soligo. Eravamo rimasti in pochi e tutti
montati si procedeva cantando, quando una voce tonò nella notte rischiarata dalla luna nascente:
"Che cos'è questa cavalcata delle Walkirie?". Mi accostai all'ombra avvolta nella mantella e vidi luccicare l'aquila sull'elmetto. Era il generale Rolando Ricci, capo di stato maggiore del
nostro Corpo D'armata. "Balzai di sella e diedi la novità. Egli mi accompagnò dal generale
Vaccari, che m'accolse con un grido trionfale:"Teniamo la vittoria e vivaddio non ci sfuggirà".
Gli offersi la bella sciabola dall'elsa d'argento bulinata con lo stemma gentilizio consegnatami
dal colonnello austriaco, disarcionato proprio sui reticolati, quando si arrese alla mia intimazione. Il generale elogiò senza riserve il nostro comportamento e impartì nuovi ordini.
Per la notte : rientrare a Solighetto e a Soligo, il battaglione costituendo l'estrema punta avanzata dell'intero schieramento. Per il giorno seguente: sfruttare al massimo la vittoria
Puntando su Belluno per tagliare la ritirata al grosso dell'esercito nemico. Egli aveva preceduto
le sue divisioni sicuro che i suoi arditi avessero eseguito la consegna di liberare Pieve di Soligo.
Mi resi conto allora che il generale era circondato soltanto dal suo sparuto stato maggiore.
Egli si accorse del mio sbigottimento e disse:" Anche il vostro generale è bersagliere. Per non
perdere tempo abbiamo varcato il Piave a Cavallo. Vi avevo dato appuntamento qui e ho mantenuto la parola". Il mattino, per tempo, ci giunsero quattro o cinque Fiat 15 TER senza
viveri, con varie casse di munizioni e bombe a mano. Pigiai letteralmente sugli autocarri tutti
gli arditi che potei, ordinando agli altri di precederci a cavallo, e raggiunsi Follina, Cison e
Tovena ove staccai i cavalieri verso il passo di San Baldo, mentre io proseguivo con le macchine,
costeggiando i laghetti di Lago e Rivine; e ci dirigemmo verso Vittorio Veneto. Le macchine
ansimanti, su per l'èrta di Fadalto non ce la fecero più e s'arrestarono di botto. Proseguimmo a
piedi; al lago di Santa Croce avemmo uno scambio di fuoco con una batteria da 105 che stava
ritirandosi. Gli artiglieri abbandonati i pezzi si diedero alla fuga inseguiti dagli arditi.
Entrammo in Belluno il 29 Ottobre. La popolazione ci accolse gridando e con le lacrime agli
occhi . Più che un'apoteosi fu un delirio".
Fra i personaggi piumati che segnarono con la loro personalità e il loro eroismo quelle giornate
ve ne furono molti che avrebbero fatto parlare di se anche più tardi. Giovanni Messe, ad esempio
comandante di arditi bersaglieri, nella seconda guerra mondiale fu a capo del Corpo di spedizione italiano in Russia. Nel 1917 e 1918 Messe comandò un altro reparto d'assalto, il 9°.
Ai suoi Arditi , prima di ogni combattimento usava ripetere:"Ricordatevi che molti, negli anni
a venire, diranno di aver qui combattuto. ma nessuno potrà provare di aver fatto quello che
facciamo noi". E i suoi uomini furono davvero degli eroi. Il bersagliere Ciro Scianna , medaglia
d'oro, ferito a morte, spirando fra le braccia di Messe gli disse:"Voglio baciare il tricolore".
Il sottotenente Dario Vitali, ferito al viso e con un occhio asportato, continuò a sventolare lo
stendardo del 9° urlando "Seguitemi, vi porterò alla vittoria". Il mattino del 16 Giugno 1918
il generale Giardino, comandante l'Armata del Grappa, diramò questo bollettino:"Con meraviglioso slancio, il 9° reparto d'assalto ha in dieci minuti riconquistato Col Moschin,
catturando 250 prigionieri con 27 ufficiali e 17 mitragliatrici". Il 26 Ottobre successivo , nel
corso di un'assalto all'ultima cartuccia tra il monte Asolone e il Col della Beretta, Giovanni Messe rimase circondato con pochi uomini. Il grosso del suo reparto, già messosi al sicuro, tornò indietro a salvare il comandante. Caddero molti generosi soccorritori tra cui il capitano
Franco Picaglia. Ma Messe, che si stava nel frattempo battendo come un leone, solo contro uno
stuolo di nemici, venne tempestivamente liberato. Fra i giornalisti corrispondenti di guerra,
uno di quelli che più seguirono da vicino, trincea per trincea, le azioni degli arditi fu Arnaldo Fraccaroli. La sua descrizione di una delle azioni delle "fiamme cremisi" a Caposile ha ancora
oggi la freschezza e il palpito dell'attualità:"Ed eccoci giunti alla nuova Domenica. Gli Arditi
bersaglieri celebrano le feste così. Nel pomeriggio ha piovuto, la sera è buia. Ammassati sulla nostra prima linea stanno gli arditi di un magnifico reparto fiammeggiante, famoso per queste
irruzioni. Alle ore 21,55 comincia improvviso e subitamente tempestoso il tiro delle nostre
artiglierie e delle nostre bombarde contro la prima linea per rompere i reticolati. Tre minuti
dopo, la prima ondata di arditi esce dalle nostre linee di Casa Bressanin, strisciando curvi fra i
reticolati sotto il fuoco. Questa prima ondata è su cinque colonne di pochi uomini: hanno il fazzoletto bianco al braccio per distinguersi nel buio. Due minuti dopo si stacca la seconda ondata. Sono duecentocinquanta arditi fra tutti. Di rincalzo stanno pronti nelle nostre linee reparti di bersaglieri. La prima trincea che si stacca dal Piave Vecchio è appena a nove metri
dalla nostra. I due reticolati si confondono. Qui la vicinanza rende impossibile l'uso delle
bombarde. Per aprire i varchi entra in funzione un drappello di lanciafiamme. I lunghissimi
mordenti guizzi delle vampate si avventano contro la trincea, mentre piu a sud gli arditi dell'ala
destra si slanciano di volata sui cinquanta metri di terreno che in quel punto separano la nostra
linea da quella avversaria. Al quinto minuto gli arditi della prima ondata hanno già scavalcato
la prima trincea supplementare, attraverso i reticolati rotti, e si sono impadroniti delle prime
poche vedette. La loro azione è così fulminea e così ben concordata con l'artiglieria, che arrivano sulla trincea quando ancora il terreno è sconvolto dalle ultime bombe. Ricevono sulla
persona zaffate di terriccio. Subito le artiglierie allungano gradualmente il tiro. Con bombe a
mano, con lanciafiamme, con pistole mitragliatrici, gli arditi irrompono nella trincea, urlando
il loro grido di guerra e la loro parola e di riconoscimento che stavolta è Roma. Li guida un
giovane maggiore toscano. Tutti gli ufficiali sono alla testa dei loro reparti. L'assalto procede
fulmineo, regolato minuto per minuto come una gara sportiva. Nove minuti precisi dopo il
principio dell'azione anche la seconda linea è conquistata. Si fa il primo centinaio di prigionieri
si prendono tre mitragliatrici. Un bottino presto destinato a diventare più consistente".