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LE GRANDI BATTAGLIE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 IL BATTESIMO DEL FUOCO

L' 8 Aprile 1848, dopo quindici giorni di marce forzate, il

grosso dell'esercito piemontese è finalmente a contatto con

il nemico. Il maresciallo Radetzky si è trincerato nel quadrilatero

compreso tra le fortezze di Mantova, Legnano, Peschiera e

Verona. Ha ai suoi ordini nella zona circa quarantamila uomini

e a chiesto rinforzi a Vienna; in attesa che arrivino preferisce non muoversi, intimorito dalle notizie di sommosse che giungono un pò da tutte le parti. I piemontesi hanno camminato

in fretta. I più ansiosi di gettarsi nella lotta sono i giovani del

nuovissimo Corpo dei Bersaglieri. Sono i reparti meglio addestrati ed efficienti. Il loro entusiasmo è contagioso. Quando

sono arrivate a Pavia, il 24 Marzo, per il concentramento del

grosso dell'esercito, la 1°, e la 2° e la 4° compagnia dei fanti

piumati hanno suscitato nella popolazione un vero delirio.

Adesso, per la prima volta, devono fare sul serio, misurarsi con

il nemico asserragliato sulla sponda opposta del Mincio, ben

deciso a difendere i ponti di Goito, Valeggio e Monzambano.

Fino a questo momento i Bersaglieri sono stati impegnati soltanto la sera del 5 Aprile, sull'Oglio, dove la 2° compagnia

al comando del capitano sardo Muscas e composta da 166

uomini e quattro ufficiali, si misura in un duro scontro con

formazioni di cacciatori tirolesi e con squadroni dei famosi ulani,

i temutissimi cavalieri dell'esercito asburgico. E' in questa occasione che muore, colpito da una fucilata, il Bersagliere

Giuseppe Bianchi: il primo caduto nella storia gloriosa del Corpo.

Il grosso dell'esercito Piemontese si concentra dinanzi all'abitato

di Goito, di rilevanza strategica fondamentale. Su Goito infatti,

convergono linee di comunicazione importantissime. La strada

verso Verona passa di lì, proprio sul ponte che attraversa il Mincio

e che è difeso dai cacciatori tirolesi della brigata Wohlgemuth.

I primi ad essere lanciati nella mischia sono i Bersaglieri della 2°

compagnia che muovono, sempre guidati dal capitano Muscas,

insieme con i fanti del battaglione< Real Navi>, con reparti di

volontari milanesi comandati da un altro Bersagliere, Saverio Griffini.

I Bersaglieri ben presto, con il loro cadenzato passo di corsa,

sopravanzano tutti gli altri reparti, si gettano coraggiosamente

giù per la china che scende verso il Mincio e l'abitato di Goito.

La Marmora galoppando con il suo cavallo si porta in testa ai suoi

uomini. Dalle case di Goito i cacciatori tirolesi sparano contro quegli uomini che continuano a correre verso di loro, senza rispondere al fuoco, preoccupati solo di arrivare il più vicino possibile per poter meglio colpire.

Di fronte a tanta irruenza i cacciatori tirolesi fuggono, cercando scampo oltre il ponte sul Mincio. Il primo risultato è raggiunto:

l'abitato di Goito sulla sponda destra del fiume è occupato dagli

del tenente Lions. In questa prima parte dell'azione cadono due

ufficiali, i sottotenenti Galli della Mantica e Reghini di San Giorgio

e alcuni Bersaglieri. Ma è indispensabile proseguire, impedire che

il nemico abbia tempo di riorganizzarsi. Il Ponte di Goito assume

il significato d'un simbolo leggendario.

Gli uomini del capitano Muscas non si fermano, ricacciano i Tirolesi sull'altra sponda. Lo scambio di fucileria fra le due parti

è intensissimo. Gli austriaci fanno saltare il ponte maldestramente

rimangono in piedi un parapetto e parte delle arcate.

 

LA MARMORA FERITO

Quando l'esercito piemontese arrivò dinanzi all'abitato di Goito

la situazione si presentava notevolmente critica. Il ponte sul

Mincio, chiave di volta dello schieramento austriaco, era saldamente tenuto da reparti di cacciatori tirolesi, i temibili

schutzen dalla mira infallibile della brigata Wohlgemuth.

Lo stato maggiore decise allora di mandare avanti i Bersaglieri,

i soldati cioè meglio addestrati e di più sicuro affidamento.

Dall'alto di un poggio il colonello Alessandro La Marmora vide i

suoi uomini prepararsi all'assalto. Erano i Bersaglieri della 2°

compagnia agli ordini del capitano Muscas, e con loro quelli

della compagnia di volontari milanesi affidati al capitano Griffini.

Dalle case di Goito crepitava la fucileria austriaca. Gli uomini

messi a difesa del ponte erano reputati una delle migliori fanterie

leggere d'Europa. La Marmora si rendeva conto che i suoi Bersaglieri, per la prima volta chiamati al combattimento dalla

fondazione del Corpo, non potevano avere più impegnativo

battesimo del fuoco, e non volle rimanere indietro. Gli altri ufficiali

dello stato maggiore che, accanto a lui osservavano la scena, lo

videro d'improvviso dare uno strattone al cavallo. Gli urlarono di

non muoversi, ma lui non li udì o, meglio, non volle udirli.

Con la sciabola sguainata galoppò fino a mettersi alla testa della

compagnia e, incitando i Bersaglieri all'attacco, si precipitò per

primo verso le postazioni saldamente presidiate dal nemico.

A vedere quei plotoni dai berretti piumati correre a perdifiato verso di loro, gli austriaci intensificarono il loro fuoco. Ma i

Bersaglieri non si fermarono per rispondere ai colpi, seguitarono

a correre, a correre, sfidando le pallottole. Un proiettile centrò

in pieno viso Alessandro La Marmora. La violenza del colpo

disarcionò l'ufficiale che cadde all'indietro, rimanendo tramortito

sul terreno per qualche istante. La fucilata gli aveva spezzato la

mandibola, sul lato destro, ed era uscita poi da dietro l'orecchio.

Una ferita grave, senza dubbio, ma La Marmora trovò la forza

di riprendersi. Intorno a lui la battaglia aveva assunto toni apocalittici.

I Bersaglieri, ormai a contatto con il nemico, impegnavano gli austriaci in furiosi corpo a corpo alla baionetta. Un ufficiale degli

Schutzen vide La Marmora a terra, e gli si avventò addosso, per

finirlo: ma il fondatore, pur con il viso devastato dalla grave ferita

riuscì con un tremendo, preciso fendente a uccidere l'avversario.

Si rialzò subito dopo, faticosamente, per essere immediatamente

soccorso da due portaferiti. Adagiato su una barella, venne condotto al riparo in un luogo vicino dove ricevette le prime cure.

Per un vero miracolo la pallottola austriaca non aveva leso organi

vitali. L'ufficiale venne assistito dal medico Gaetano Lai, che lo

rassicurò. Avrebbe potuto abbastanza presto ritornare alla testa

dei suoi prodi e riprendere la campagna iniziata con tanto  entusiasmo.

Il capitano dei Bersaglieri Saverio Griffini accortosi che La Marmora

ferito, non era più in condizioni di tenere il comando, evitò con

prontezza quell'attimo di smarrimento che sarebbe stato fatale

agli uomini del reparto presi d'infilata dal tiro nemico.

Griffini si pose alla testa del reparto, conquistò di slancio il ponte

e giunto sulla sponda opposta catturò 53 soldati austriaci.

Per questa eroica azione fu il primo militare insignito della medaglia d'oro durante le guerre risorgimentali. Tra i Bersaglieri

cadde a Goito, stroncato da una palla in pieno petto, il sottotenente Galli Della Mantica: primo ufficiale caduto per l'indipendenza.

 

 

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