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Il nome del fiume Isonzo è legato ai fatti d'arme svoltisi durante la grande guerra nelle
zone da esso bagnate. Chi dalla pianura friulana avanzi verso est, oltre le floride campagne punteggiate di campanili, vedrà
sorgere sulla sua sinistra le alture del Collio,
foggiate a speroni incisi dalle correnti dell'Jundrio e digradanti verso la piana da nord a sud e da est verso ovest. Dall'altra parte troverà invece la terrazza brulla e piatta
dell'altopiano carsico che si abbassa a sud sulla marina di Monfalcone e di Duino. Nel
mezzo la pianura, attraversata in senso nord-
sud dall'Isonzo, si va man mano restringendo
nella valle del Vipaccio(Frigido) che si addentra fra il tavolato carsico e la selva di
Tarnova. Nell'angolo di confluenza Isonzo-
Frigido, coronata a est dalle alture, sorge la
città di Gorizia. Lungo l'ampio arco che l'Isonzo descrive ai piedi dell'altopiano carsico
si trovano Gradisca, Sagrado, Fogliano, Polazzo, Redipuglia, San Pietro, Ronchi,
Vermegliano e altre località che furono coinvolte nella grande guerra. Più a sud è Monfalcone, coi cantieri navali. In questi luoghi i Bersaglieri combatterono alcune fra le
più aspre battaglie del conflitto ed il loro
tributo di sangue fu altissimo. A cavallo dell'
Isonzo si svolsero, fra il Giugno 1915 e l'Ottobre 1917, ben dodici battaglie che
presero il nome dal fiume stesso. Il fiume
nasce dal monte Travnich a circa 807 metri di
altitudine e nel suo lungo percorso sfiora molti dei luoghi più contesi durante la grande guerra. Basti citare l'altopiano della Bainsizza
Gorizia e le alture circostanti, l'altopiano carsico: tre nomi che racchiudono due terzi del conflitto sul fronte italiano. Per avanzare verso est l'esercito dovette affrontare un terreno
tatticamente ostile che rendeva difficile la marcia, tagliata dalla linea fluviale dell'Isonzo e dominata dall'alto da catene più o meno
elevate di alture: il formidabile bastione monte Nero-Merzli-Vodil a nord, il terrazzo della Bainsizza, il sistema collinoso a ridosso
di Gorizia ed infine l'altopiano carsico, barriera sulla strada per Trieste. E' vero che vi era
comunque una via di relativamente facile
avanzata costituita dalla valle del Vipacco,
tuttavia quest' ultima oltre a essere dominata
ai lati dalla selva di Tarnova e dal Carso era
per di più sbarrata in fondo alla selva di Piro.
Inoltre, interotta da alcune serie di colline
trasversali che avrebbero potuto costituire
successivi sbarramenti. Fu perciò a ragione che il comando austriaco, subito dopo i primi
segni dell'offensiva italiana, proclamò alle sue truppe:"Abbiamo da conservare un terreno che è fortificato dalla natura; davanti a noi un
gran corso d'acqua, dal lato nostro una cortina di rocce da cui si può tirare come da una casa
di dieci piani. Pensate ai monti, che sono tutta
la nostra forza". Infatti fu proprio sotto un
micidiale fuoco proveniente da posizioni ben
difendibili che i Bersaglieri come gli altri Corpi
dell'esercito subirono un olocausto di perdite.
Da documenti ufficiali nemici, venuti alla luce
dopo la guerra, si è potuto apprendere che il
generale Conrad, capo di stato maggiore
austro-ungarico, ordinò per il 21 Maggio la
radunata sull'Isonzo e richiamò dai Balcani
la V armata che via ferrovia doveva raggiungere le 6 divisioni già presenti sul fronte italiano. I lavori difensivi furono così
febbrilmente intensificati ovunque, di conseguenza i comandi austriaci attendevano
con fiducia e relativa tranquillità l'offensiva
italiana. Dopo il primo balzo in avanti l'offensiva di Cadorna si arenò lungo le rive
dell'Isonzo e fu necessaria una pausa alle
operazioni. Dopo pochi giorni cominciò la
prima battaglia dell'Isonzo (23 Giugno-7 Luglio) quando, terminate le operazioni di
mobilitazione il 22 Giugno Cadorna emanò
gli ordini per l'attacco al campo trincerato goriziano, da Plava al monte San Michele.
Se la nostra forza d'urto era superiore al
numero dei difensori, scarseggiava di contro il
supporto d'artiglieria, indispensabile per attaccare forti posizioni difensive. Numerosi
furono gli attacchi sferrati fino al giorno 26
contro le difese che dominavano Plava e contro quelle a protezione di Gorizia, ma essi
non diedero, nonostante le gravi perdite,
che scarsi risultati. Il 5 Luglio, dopo breve pausa, fu ripreso l'attacco al Podgora ed alle |
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alture di Oslavia, ma nonostante ogni sforzo
il nemico resistette con decisione. Ai piedi del
Carso le truppe dell'XI Corpo poterono compiere il passaggio dell'Isonzo, alle falde
del San Michele e congiungersi con quelle del
VII, già passate più a sud, ed assalire con esse i primi gradini dell'altopiano. Ogni sforzo
venne frustrato dal preciso tiro nemico e dalla
sua più potente artiglieria, che stroncò azione
su azione provocando vuoti paurosi nelle nostre file. I Bersaglieri erano sempre in testa
ed i loro ciclisti seguitarono ad irrompere in
continui assalti da Quisca a Villa Morosini e dal
Podgora alla foce dell'Isonzo.

La seconda battaglia dell'Isonzo (18 Luglio-
3 Agosto), chiamata anche la " battaglia di
San Michele", vide l'offensiva italiana concentrarsi con accanimento su questa
posizione. Di fronte al groviglio di trincee della
zona centrale dell'altopiano tra il San Michele
ed il Sei Busi erano achierate la 19° e 21°
divisione dell'XI Corpo e la 20° del X Corpo.
Contro il Sei Busi stesso e le alture di Sels e
Monfalcone si trovava il VII Corpo. Dopo attacchi e contrattacchi continui, posizioni prese quindi perse, riprese ed ancora perdute,
il 3 Agosto la battaglia venne sospesa. In questa occasione l'11° e l'8° battaglione
Bersaglieri si batterono come leoni al comando del tenente colonello Sante Ceccherini e del maggiore Andrea Battinelli.
Cadorna, mantenendo la pressione sulle linee
austriache, andava ora preparando una nuova e più potente offensiva per i mesi autunnali.
Gli ordini per questo nuovo sforzo vennero
emanati il 1° Ottobre. Lo scopo primario
dell'offensiva era la espugnazione del campo
trincerato di Gorizia. La lotta si svolse in due
riprese: la prima dal 18 Ottobre al 4 Novembre (terza battaglia dell'Isonzo). Sette
Corpi d'armata per complessive 18 divisioni
presero parte alla battaglia da Plezzo al mare.
Nonostante il rafforzamento della nostra artiglieria, il nemico disponeva di un maggior
numero di cannoni oltre a 140 battaglioni
aggueriti e ben difesi. Nonostante gli attacchi
compiuti fino al 26 Ottobre, che ci permisero
di acquisire alcune buone posizioni, gli austriaci riuscirono con un poderoso contrattacco effettuato la sera del 26 stesso
a riprendere quasi al completo il terreno perduto. Su tutto il fronte non vennero risparmiati uomini e mezzi per riuscire nell'intento di strappare ogni posizione
possibile al nemico. Devastazioni di ogni genere rendevano però difficili i rifornimenti,
il tempo inclemente ed il fuoco nemico diedero alla scena un tono apocalittico. Centinaia di Fanti e Bersaglieri immolarono
la loro giovane vita in questi scontri. I nomi
rimasti celebri delle trincee, dei razzi, delle
frasche, dei morti e dei sassi rossi, testimoniarono come il loro sacrificio abbia avuto larga eco nel paese. Il comando supremo stabilì poi che per il 10 Novembre si
dovesse riprendere l'offensiva che fino a quel
momento non aveva dato i risultati sperati.
L'urto principale era concentrato da Oslavia al
Sei Busi, mentre sugli altri tratti del fronte
dovevano svolgersi attacchi dimostrativi per
sviare l'attenzione del nemico dal punto focale
Il 2 Dicembre questa azione venne alla fine
sospesa anche perchè, dopo due mesi di lotta
durissima, le truppe erano giunte al limite di
ogni capacità di resistenza. Durante questa
seconda fase si riuscirono comunque a
conquistare importanti posizioni a Oslavia e sul Podgora; buoni successi si ebbero sul Carso.
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