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ADUA FIUME DI SANGUE EL ALAMEIN PIUME NELLA STEPPA
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EL ALAMEIN

   DA EL ALAMEIN A TUNISI                                                                   FOLGORE

I BERSAGLIERI ALL'ORDINE DEL GIORNO DURANTE LA PIU' SANGUINOSA BATTAGLIA MAI      COMBATTUTA DA ESERCITI EUROPEI IN TERRA D'AFRICA.

            IL RIPIEGAMENTO E LE ULTIME RESISTENZE IN TUNISIA.

 

 

        

 

            

 

El Alamein ore 20,40 del 23 Ottobre 

1942. La notte è limpida . I soldati italiani 

e tedeschi, rimasti tutto il giorno acquattati nelle loro tane di sabbia arroventata, sono usciti a ritemprarsi alla brezza della sera. D'improvviso l'orizzonte si fa rosa. Per un paio di secondi regna un silenzio agghiacciante, poi la terra trema perchè tutte le artiglierie dell'VIII inglese

hanno aperto il fuoco. Oltre mille cannoni più potenti e precisi dei nostri, con scorte inesauribili di munizioni, rovesciano sulle linee

italo-tedesche una valanga di fuoco. Così ha inizio l'ultima battaglia di El Alamein, quella che

più di ogni altra vedrà i soldati italiani coprirsi di

gloria. Così prende le mosse la grande e temuta offensiva del maresciallo Montgomery,

destinata a respingerci fino in Tunisia, con una

serie di combattimenti tanto eroici quanto disperati. Per quindici minuti esatti il fuoco

terribile dei grossi cannoni inglesi si abbatte inesorabile sulle nostre postazioni di artiglierie :

per tutto quell'interminabile quarto d'ora ognuna delle nostre batterie riceve un concentramento di 96 colpi ogni due minuti, Poì,

improvvisamente com'è cominciato, tutto ritorna

silenzio. Passano altri cinque minuti, ancora una

volta l'orizzonte si tinge di rosa, e l'uragano di

fuoco rovescia ora sulle nostre posizioni avanzate di difesa, batte i fortini, i nidi di mitragliatrici, le strutture della zona di sicurezza

prepara la strada alle avanguardie e alle fanterie, che avanzano ordinatamente tenendosi appena qualche metro più arretrate

rispetto al limite battuto dall'artiglieria. L'azione

inglese è imponente nel suo dispostitivo. Si sono mosse contemporaneamente quattro divisioni: la 9° australiana e la 51° Hingland da

est, la 2° neozelandese con la 9° brigata corazzata e la 1° sudafricana da sud-est. Alle loro spalle sono pronte ad avanzare al 1° e la

10° divisione corrazzata. In totale sono 70.000

uomini e oltre 600 carri armati lanciati contro un

settore di 10 chilometri tenuto da appena undici

logori battaglioni( sei battaglioni della 164° divisione tedesca e cinque della nostra "Trento " ) per una forza complessiva di 12.000 uomini

soltanto e poco più di duecento carri. La superiorità inglese è quindi di sei uomini contro

uno(di due e mezzo a uno coi carri). In questo

settore però il divario effettivo è ancora più

schiacciante: gli inglesi dispongono infatti di 531

micidiali "Sherman" che possono essere contrastati soltanto da 38 "Mark IV" germanici.

Lo schieramento delle forze in campo è destinato ad aumentare. Nel complesso lo scontro definitivo di El Alamein vedrà impegnati

in una lotta mortale 69 battaglioni con 536 cannoni, 532 carri e 36 autoblindo dalla nostra

parte contro ben 104 battaglioni, 1.200 bocche

da fuoco fra le migliori del mondo, 1.050 carri

"Grant" e "Sherman", 370 autoblindo e un imponente  massa di cannoni rapidi anticarro

e contraerei. In appoggio alle forze inglesi sono

inoltre 10.000 aerei moderni ed efficienti. In questo panorama complessivo i Bersaglieri sono

così distribuiti: il 7° reggimento con il XXI° Corpo d'armata, una compagnia motociclisti con

il XX° Corpo d'armata . l'8° reggimento con la divisione Ariete, il 12° reggimento con la divisione Littorio, l'8° battaglione corrazzato con

la divisione Trieste, il 9° reggimento con il X° Corpo d'armata. La pressione nemica sulle nostre linee difensive è enorme, insostenibile.

Ad un certo punto sol solo caposaldo tenuto

dal 10° battaglione Bersaglieri si rovescia una

grandinata, fra proiettili di artiglieria e di mortaio, di circa 1000 colpi al minuto.

 

   BERSAGLIERI CON MORTAIO DA 81 MM

 

 

Tanto impiego di uomini e di mezzi non può non ottenere un risultato. Infatti l'eroica, straordinaria resistenza dei nostri soldati viene

frantumata, a poco a poco, dalle forze soverchianti. Il 7° reggimento combatte in linea

al fianco di unità tedesche in una zona di fronte

prossima al mare. Sotto la guida intrepida del

colonello Straziota e del maggiore Amodei il

reparto fornisce l'ennesima dimostrazione di come sanno combattere i Bersaglieri. Meriterà

per questo, una medaglia d'oro. Ma gli episodi

di eroismo non si contano nell'epopea di El Alamein, in tutti i reggimenti "cremisi" che vi sono impegnati. Le munizioni sono scarse, l'armamento insufficiente, e i poderosi Sherman

avanzano inesorabili attraverso il deserto. Dalle

postazioni che i terribili bombardamenti hanno

risparmiato, dalle buche scavate nella sabbia,

i Bersaglieri schizzano fuori al momento 

opportuno, con bombe a mano e bottiglie incendiarie verso i mostri d'acciaio. E' una lotta

impari, sorprendente, che stupisce gli stessi

inglesi, carne umana contro carri armati, sempre

avanti, fino al sacrificio. Per dieci interminabili

giorni gli inglesi premono su quel fazzoletto

di terra attorno ad El Alamein, e per dieci giorni

i nostri resistono oltre l'impossibile. Da sottolineare  che Montgomery, egregiamente

aiutato da un efficace servizio informazioni, aveva puntato il grosso dei suoi sforzi tesi a sfondare lo schieramento soprattutto nei settori

tenuti dagli italiani, meno armati dei tedeschi, e peggio riforniti. A nord del fronte d'attacco è il

7° del colonnello Straziota a subire la maggiore

pressione.         

Perderà in poco tempo, praticamente soltanto in una delle prime azioni, oltre 600

uomini in meno di un chilometro di linea di

combattimento. Ma è ancora il 7° a muovere

alla riconquista della leggendaria quota 28,

dove gli inglesi erano riusciti a sfondare, ad

attestarvisi e a difenderla a oltranza fino al

sacrificio totale. "Il 28 mattina", è scritto nella Storia delle fanterie Italiane, " i britannici sferrarono altri tre attacchi nel settore settentrionale e furono sempre respinti. I bombardieri martellarono incessantemente, per tutto il giorno. Verso le 21,00 il fuoco di centinaia di cannoni si

concentrò sulle posizioni tenute dai nostri

reparti ai margini di quota 28. Dopo un'ora

il nemico si slanciò all'assalto aprendosi il

varco tra due blocchi di campi minati. Per sei

ore la battaglia divampò con eccezionale violenza e alla fine il 2° battaglione del 125°

fanteria germanica e l'11° battaglione Bersaglieri furono sopraffatti. Dei Bersaglieri

caddero prigionieri una ventina, fra i quali

quindici gravemente feriti; tutti gli altri restarono sul campo".

 

 

A sud di El Alamein, nella depressione di

El Quattara, operano la "Folgore", guidata

dal futuro generale di Corpo d'armata

Giovanni Verando, Bersagliere, e l'8° Bersaglieri. Su di essi si concentra lo sforzo

massimo del nemico che sfondato il fronte a

Nord, non riesce a superare quello a sud.

E anche in questo caso sublimi pagine di

eroismo vengono scritte. Paolo Caccia Dominioni, eroe della "Folgore" scrive in un

suo libro di memorie: "Ridotti a pochi nuclei,

sfiniti, Carristi e Bersaglieri della Littorio e

dell'Ariete tentavano gli ultimi disperati

contrattacchi e, accerchiati, comunicavano per radio che avrebbero continuato a resistere". Il 4 Novembre 1942 il sacrificio di

El Alamein è compiuto. La pressione è tale

che lo stesso Rommel impartisce l'ordine di

ripiegare. Ma da Berlino giunge l'ordine pazzesco di Hitler, confermato anche da Roma ai nostri comandi: "Morire sul posto.

Ne va dell'onore dell'asse". Hitler ingiunge

a Rommel:"Ella non può mostrare alle sue

truppe altra via se non quella della vittoria

o della morte". Il ripiegamento è sospeso

ma l'ordine non raggiunge tutti i reparti, si

determina quindi uno stato di confusione

che consente a Montgomery di consolidare

il suo successo. I Bersaglieri si sacrificano fino all'ultimo. Il 9° Bersaglieri del colonello

Pomarici viene abbandonato, ormai decimato, dai tedeschi nella zona di Bab el

Quattara. Gli uomini sono privi di viveri e di

acqua, eppure continuano a combattere.

Vengono travolti solo dopo aver esaurito

le munizioni.Il 33° battaglione del maggiore

Cavalleri tiene saldamente quota 33 di El Alamein fino al sacrificio. Conclusa la manovra di sfondamento, Montgomery può

ora avanzare. A El Alamein sono morti

12.000 Italiani. Quel che rimane del nostro

esercito ripete per la terza volta il cammino

attraverso la Cirenaica e il deserto libico,

incalzato dalla cosidetta"armata del deserto"

composta da scozzesi, neozelandesi, australiani, sudafricani, indiani, sudanesi,

francesi, greci e polacchi. Come sempre, a

proteggere il ripiegamento sono i Bersaglieri

che sostengono combattimenti continui.Il 7°

Bersaglieri è ridotto al solo comando di reggimento, al 10° battaglione e a pochi

elementi sciolti. Si ricostituisce a Tobruk, dove trova un battaglione di complementi.

Ci si attesta a Marsa Matruk, ma la si abbandona  il 7 Novembre, e il 9 vengono

lasciate anche le posizioni di passo Halfaya.

E' rilevante, in questa fase della ritirata,

l'abnegazione della divisione corrazzata giovani fascisti. Il nome è pomposo, ma di

corrazzato c'è un solo reparto di autoblindo,

per il resto, due battaglioni, quattro gruppi

di autocannoni e i servizi. La divisione è dislocata nell'oasi di Siwa e di qui parte,

percorrendo centinaia di chilometri nel deserto, spingendo a braccia gli automezzi

insabbiati, raccoglie i presidi di Giarabub

e di Gialo. Il 10° Bersaglieri del tenente colonnello Turrisi protegge il ripiegamento dei giovani fascisti e poi si sgancia dal nemico e prosegue verso Bardia. Le truppe in ritirata da El Alamein percorrono in 18 giorni 1.200 chilometri di deserto. Il 13 Novembre si sgombrano Tobruk, Sollum e Bardia, il 18 Bengasi. Oltre al 7° e all'8° reggimento Bersaglieri sono impegnati anche il 9°, quasi completamente annientato a El Alamein e il 12°. Dall'Italia è arrivato per via aerea, in gran fretta, il 5° reggimento. Tutti insieme questi reparti si prodigano contrastando l'avanzata nemica dove è possibile. E' solo grazie a loro che la ritirata non si trasforma in una completa disfatta. L'8° con i suoi pochi superstiti, si riorganizza e si riprende anche moralmente dopo qualche facile scontro con avanguardie nemiche. Anche il glorioso 12° si batte, ritirandosi, sotto la guida del maggiore Cavaleri. A metà Dicembre il 7° si raccoglie nella zona di Tripoli e cede, per disposizioni del comando, i propri battaglioni all'8°: sono il 10° del colonnello Turrisi e 11° del tenente colonnello Lonzu, che a Marsa El Brega verranno raggiunti anche dal 57° battaglione

del maggiore Bassi. Il 7° si ricostituisce riordinando i superstiti di reparti sciolti e forma così, il 15 Gennaio, il 12° battaglione

affidato al maggiore Amodei, e il 5° assegnato al maggiore Cavaleri.   

 

 

 

 

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